Quel trionfante cappello panamense di Silone “turista” all’isola di Corfù

Il Messaggero Abruzzo (21 agosto 2020)

di Antonio Gasbarrini

Vogliamo ricordarlo, Ignazio Silone, con l’inedita, solare foto scattata nell’isola di Corfù dalla moglie Darina nel 1959: con quel trionfante bianco del cappello panamense di paglia a larghe falde e camicia a maniche corte, mentre lo sguardo è proiettato al di sopra della rete da pesca stesa ad asciugare tra un albero e l’altro.

Chissà cosa stava passando per la testa fine di quel coriaceo montanaro, dalla vocazione rivoluzionaria, che proprio in quel periodo era alle prese con la stesura del romanzo “La volpe e le camelie” ambientato nell’amata Svizzera dov’era stato in esilio per una quindicina di anni prima del suo ritorno in Italia nel 1944. Protettiva terra elvetica nei confronti dei vari sicari fascisti ingaggiati per “farlo fuori” e da dove, il 22 agosto del 1978, si congederà definitivamente da noi tutti nella Clinique Génerale di Ginevra: qui era stato ricoverato cinque mesi prima per una serie di accertamenti sanitari. Lascerà sullo scrittoio, accanto al letto, i fogli sui quali stava scrivendo “ Severina”, romanzo incompiuto, pubblicato poi a cura di Darina nel 1981 per i tipi mondadoriani con la retrocopertina riproducente il suo noto ritratto fotografico di Annibale Gentile. Mentre lo stiamo sfogliando ancora una volta, lo sguardo si sofferma a pag. 187 dove è riprodotta una fotografia d’epoca del medioevale campanile di S. Berardo, ritagliata da una rivista francese, con una piccola croce disegnata dallo scrittore. Sulla sinistra si può leggere, nella sua appuntita grafia: “Mi piacerebbe di essere sepolto così, ai piedi del vecchio campanile di S. Berardo, a Pescina, con una croce di ferro appoggiata al muro e la vista del Fucino in lontananza”. Saranno, inoltre, il testamento spirituale “Et in hora mortis nostrae” e quello olografo a compendiare il suo cristianesimo laicizzato e l’amore sconfinato per i Fontamaresi, a cominciare dai giovani in età scolare: “È mia precisa intenzione che (.. ) l’amministrazione dei miei diritti d’autore sia devoluta interamente alla Società Italiana degli Autori ed  Editori, e i proventi di essi al Comune di Pescina. Al Consiglio comunale di Pescina chiedo che essi vengano impiegati per fini culturali (incremento della biblioteca comunale, premi per studenti meritevoli e simili)”. In perfetta sintonia con le modalità stabilite per le eventuali sue commemorazioni (“Agli amici che desiderano riunirsi per ricordarmi, consiglio che sia letto (non al microfono), qualche brano dei miei libri”), più che bene hanno fatto l’amministrazione civica di Pescina e Il Centro Studi Siloniano, con l’originale iniziativa “Stendino letterario siloniano” (vedi box). Ignazio Silone era stato ben consapevole, sino alle ultime ore della sua “irraccontabile” vita, che più di un lupo si sarebbe avventato su questo o quel documento riguardante la sua militanza rivoluzionaria, per distruggerne, o quanto meno, sfregiarne la sua altissima Figura: non solo politica, ma etica innanzitutto. In proposito, ecco lo scambio di battute con la moglie avvenuto cinque giorni prima dell’estremo saluto, leggibile in “Severina”: “ – Non ho paura di morire, pur di esserne cosciente. L’unica mia paura è che quando morirò i lupi ti divoreranno”. – “Quali lupi?”  – “Lupi in veste umana” rispose gravemente. Quei lupi appartenenti al filone ideologico degli “storici revisionisti”, hanno nomi e cognomi dal lustro accademico, la cui tesi di fondo è quella del Silone spia dei fascisti. Dimostratasi un’autentica bufala, smontata rigo per rigo dalle più affidabili ricerche archivistiche di Alberto Vacca ripercorribili nella trilogia “Le false accuse contro Silone”, “Dossier Silone” e “Il fratello di Silone Romolo Tranquilli”.