Il martirio di Romolo, fratello di Silone

Il Messaggero Abruzzo (11 luglio 2020)

di Antonio Gasbarrini

Ci voleva tutta la maestria di un “ricercatore storico puro” come AlbertoVacca, confluita nel libro “Il fratello di Silone Romolo Tranquilli. Il processo e la morte in carcere (1928 -1932)”, per farci conoscere da vicino tutti i dettagli della tragica vicenda che portò alla sua precoce morte nel carcere di Procida, a soli 28 anni, a causa delle torture subite dai fascisti.

Un agile volume, questo, senza accattivanti fronzoli fabulatori, che va così a costituire una sorta di trilogia affiancabile com’è all’altra fatica documentaria pubblicata prima ne “Le false accuse contro Silone” e ampliata nel “Dossier Silone”. Preziosa trilogia con cui sono stati dimostrati in modo più che convincente tutti i granchi presi dai due “storici revisionisti accademici” Dario Biocca e Mario Canali” nella loro sostanziale storytelling tesa ad accreditare per ben un quarto di secolo e con reiterate pubblicazioni e conferenze, la “storiaccia” del Silone-spia della Polizia politica prima e dell’Ovra poi, dagli inizi degli anni Venti sino al 1930. Ma, lasciamo da parte questa spinosa “querelle” da quattro soldi e veniamo al nocciolo del libro in cui vi sono molte intersecazioni processuali tra Romolo e Secondino (alias Ignazio), cominciando dalle ultime righe: “La tragica vicenda di Romolo costituì per Silone un cruccio che lo tormentò per il resto dei suoi giorni, perché si ritenne moralmente responsabile di averlo coinvolto nell’esperienza della militanza comunista, che scatenò contro di lui la feroce repressione fascista che ne causò la morte. E a rendere più acuto il cruccio fu il fatto che Romolo morì per un ideale – quale era quello del comunismo – nel quale Silone, uscito ormai dal partito comunista, non credeva più”. Già. Romolo, ch’era sostanzialmente attratto più dall’ideologia anarchica che socialista o comunista, diventa militante, nella sua qualità di tipografo utile anche per la distribuzione della stampa clandestina del PCD’I, poco prima dell’arresto avvenuto a Brunate (Como) con l’accusa di essere stato, insieme al fratello Secondino, uno degli autori d’un attentato terroristico ed il cui martirizzato destino: “fu la fatale concomitanza del suo ingresso nel partito comunista con l’attentato terroristico compiuto a Milano il 12 aprile 1928, in occasione della visita del re Vittorio Emanuele III alla Fiera, che causò una grave strage dovuta all’esplosione di un ordigno a orologeria”. Dopo questo incipit, nei 17 capitoli, scorrono fluidamente le minuziose pagine dei vari interrogatori-farsa subiti da Romolo; i rapporti dei questori di Genova, Venezia e Milano; la testimonianza e la corrispondenza con Don Orione; l’impegno di Silone e la denuncia del PCD’I per l’affermazione della sua innocenza; le sue varie deposizioni processuali; la sentenza di condanna emessa dal famigerato Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato (TSDS). Tra di essi, i due titolati “Il memoriale di Romolo” e “La morte in carcere”, ci restituiscono, a tutto tondo, la sua sintetica autobiografia scritta “allorché si trovava ristretto nel carcere di Genova, a disposizione della questura locale, nota per i metodi brutali usati nei  confronti dei detenuti” e i non indolori trasferimenti da un carcere all’altro (Milano, Roma, Aquila, Perugia), con prevedibile epilogo esistenziale in quello di Procida, dove non potrà leggere, perché sequestrata, l’ultima lettera speditagli dal fratello esule a Zurigo (“[…] Continui ancora a sputare sangue? Ti chiedo nuovamente se ti posso mandare medicinali o altro […]”. Sarà l’arido linguaggio burocratico a certificare la fine della sua atroce odissea “avvenuta oggi 27 ottobre 1932 alle ore 9 ½ nella locale infermeria in seguito a bronco alveolite T.B.C.”