Ignazio Silone e l’attualità delle parole-chiave del suo pensiero nel tempo dell’infodemia

(Tavola rotonda telematica, 2 giugno 2020)

Scrivere *

di Liliana Biondi

Prendo spunto dalle prime quattro, di quaranta domande – e relative risposte -, che Silone pone a sé stesso per edificare  un ritratto interiore e culturale di sé scrittore. L’autoritratto, rimodellato negli anni con aggiunte e varianti, viene pubblicato su varie riviste tra il 1954 e il 1960. Non sono mai state modificate le prime quattro domande e relative risposte che qui trascrivo:

« Perché scrivi?

Per comunicare.

A quali lettori pensi di preferenza, mentre scrivi?

A uomini e donne solitari, disposti a riflettere, e inquieti.

Cosa pensi di offrirgli con i tuoi libri?

Un po’ di compagnia.

E ai lettori occasionali?

Una pulce nell’orecchio».

Si può dire che la risposta al mio tema, scrivere, è tutta contenuta qui, bella e data da Silone medesimo.

Scrivere, per Silone significa comunicare. Ma, la complessità è tutta nella parola  comunicare. Comunicare non significa solo dire, verbo che, tuttavia, Silone, nella sua opera letteraria, soprattutto in Fontamara, ripete spesso nella formulazione dei dialoghi, per quanto lunghi fossero; ma lo fa con la precisa funzione di rallentarli: formalmente, per ricreare l’andamento orale del racconto, dandogli un tono recitato, lento, come quello che lui ascoltava da bambino accanto alla madre e alle donne che, mentre tessevano, raccontavano storie di vita vissuta, apologhi che, nella esemplificazione, insegnavano sempre qualcosa della vita; fondamentalmente, in realtà, per aiutare il lettore a riflettere volta per volta sulle parole del dialogo medesimo. Né, tanto meno, comunicare significa esprimere, informare, avvisare, descrivere o annunciare: Comunicare è parola-verbo ben più profonda, si direbbe più sacra: viene dal latino communicare, che  deriva a sua volta da communis, ossia rendere comune. Ma, communicare (altari) significa anche partecipare all’altare, alla mensa eucaristica: significa, quindi e soprattutto, entrare in comunione, in intimità d’animo: comunicare, per far conoscere, per rendere comune qualcosa, per partecipare l’altro, il lettore – nel caso di Silone-, di qualcosa di intimo, di segreto, di doloroso. Si comunicano, soprattutto, cose non materiali: pensieri, idee, sentimenti, valori, coraggio, paure, sospetti. Comunicare significa confidare notizie, segreti, impressioni; significa testimoniare, confessare quello che so, che ho dentro, che ho vissuto, che ho provato sulla mia pelle; significa essere in relazione d’animo con qualcuno, istituendo un rapporto reciproco di comprensione  e partecipazione.

Non a caso, pertanto, è posta la seconda domanda: A quali lettori pensi mentre scrivi? E la relativa risposta: «A uomini e donne solitari, disposti a riflettere, e inquieti». Qui Silone richiede consistenti qualità ai propri lettori preferiti, che non sono la folla, la massa, perché la sua scrittura non è più propaganda politica. Come scrittore, non vuole e non deve inculcare precetti belli e dati, indiscutibili, come accadeva nel partito; egli, ora, apre l’animo alla persona, «uomini e donne solitari», scrive. Solitaria, non è la persona sola, isolata, ma quella che ama e sceglie la solitudine, come la scelgono gli eremiti; perché  solo in solitudine si può meditare e riflettere – da re (indietro) – flectere (guardare) –: cioè, come recita il vocabolario, «rivolgere la mente con attenzione su qualcosa», un qualcosa di non materiale, abbiamo detto, ma intima, spirituale, personale. Significa entrare in comunione  con qualcuno, istituendo con questi un rapporto di reciproca comprensione e partecipazione. E la persona solitaria, che riflette, è sempre una persona inquieta, travagliata dai dubbi, preoccupata, crucciata, insoddisfatta, perché non accetta le cose supinamente.

«Cosa pensi di offrirgli con i tuoi libri?» è infatti, la terza domanda: «Un po’ di compagnia», è la risposta di Silone. Ancora una volta Silone utilizza una parola elementare, ma non banale: compagnia deriva da  com-pagno, cum  panis, ossia «partecipe dello stesso pane», dello stesso cibo; parola già usata e spiegata da Silone in un romanzo, essa è il distintivo della condivisione, della comprensione, che rimanda al comunicare anche sacro, ma è una sacralità amicale, di fratellanza d’anima, tutta terrena, ma altamente spirituale.

Quarta ed ultima domanda e risposta da esaminare:

«E ai lettori occasionali? Una pulce nell’orecchio». L’espressione è calzante. Come la pulce crea prurito fastidioso nell’orecchio, cioè in un organo da dove non e facile uscire e neanche toglierla, così la parola di Silone, scarna nella sua essenzialità, mai usata «in falsetto», priva di orpelli del bello scrivere, una parola che chiama pane il pane  e vino il vino, perché scritta «per capire e per far capire», non scorre per essere disattesa e dimenticata. Silone scrive perché le sconvolgenti esperienze da lui vissute, privato a 15 anni della casa e degli affetti dal terremoto, sballottato per tre anni nei collegi da San Remo a Reggio Calabria, e poi per un decennio «agente» militante rivoluzionario comunista clandestino, vagabondo attraverso un’Europa già scompaginata dalla prima guerra mondiale e scossa da contrapposte dittature in cerca di affermazioni, ma entrambi cieche e dispotiche, lo portano, infine, verso i trent’anni ad isolarsi, fino a provocare la sua espulsione dal Partito Comunista d’Italia, per meglio, in solitudine,  meditare, riflettere, scrivere  per rinascere e comunicare. La scelta della scrittura narrativa al posto dell’articolo politico lo rende consapevole che «il libro arriva dove un intervento diretto da solo non può arrivare, troppi condizionamenti, una tattica tira l’altra, ci si accanisce», confessa egli stesso. E confessa ancora: «Se la mia opera letteraria ha un senso, in ultima analisi è proprio in ciò: a un certo momento scrivere ha significato per me assoluta necessità di testimonianza ,bisogno inderogabile di liberarmi da un’ossessione, di affermare il senso e i limiti di una dolorosa rottura e di una più sincera fedeltà». Silone aveva esperito sulla propria pelle che non c’è verità umana bella e data come assoluta, e aveva compreso, che all’opposto della verità, che pure forse cercava, non c’è la menzogna, ma c’è –come diceva uno scienziato ai suoi allievi – l’oscurità che la ottenebra, e prima che essa si faccia luce e verità c’è una lunga e tortuosa strada da percorrere.

Più leggo Silone è più sono convinta che egli abbia in fondo scritto, in un unico grande romanzo, che è la sua intera opera di scrittore, narratore, saggista, drammaturgo, la propria vita . Nello scrivere con sincerità, che, come dice egli stesso, non significa con obiettività, ma sì sincerità d’animo e coerenza con sé stesso «per capire  e far capire», egli ha sempre teso a ricercare, attraverso la testimonianza posta sulla bocca dei singoli personaggi – dove mai nessuno è semplice comparsa, il bandolo della matassa, in primo luogo del primo sconvolgente trentennio del 900, quando per la prima volta era stata combattuta una Guerra mondiale e si erano affermano le dittature, cercando di far luce nell’oscurità e nel caos che hanno attanagliato i suoi tempi. Per questo motivo, Silone scrittore sceglie uno stile dimesso, monocorde, un registro basso, umile, “comico”, mosso da cenni di amara ironia. Nei colloqui o nel dibattere le diverse opinioni, mai la voce dei singoli personaggi  –  siano essi cafoni, rivoluzionari o detentori del potere laico o religioso, anche se antagonisti, come avviene tra il dimissionario Celestino V e il futuro papa BonifacioVIII  –, prevarica quella dell’altro; tutte procedono lungo binari paralleli, con un registro lineare, di grado zero, dove ognuno espone la propria verità come la sente, come la vive o come l’ha vissuta, come la soffre o l’ha sofferta, come la crede; e, chi siano vincitori e vinti è lasciato  alla riflessione del lettore. Perché l’opera di Silone resta un’opera aperta. Come la vita.

* [Dalla Tavola Rotonda Telematica, 2 giugno 2020 – Intervento da L’Aquila].