Il vecchio lupo Silone attende giustizia

ABC – Il settimanale d’Abruzzo (n. 11 del 24 maggio 1997)

di Antonio Gasbarrini

Del veggente, profetico messaggio umano, politico e letterario di Ignazio Silone, cosa resta a diciannove anni dalla morte? In che modo le giovani generazioni si rapportano alla sua mai urlata utopia fondata sui valori perenni della fratellanza, solidarietà, tolleranza, democrazia e pace?

Stando a quel che si vede o sente in giro in questi momenti di bassa marea ed allergia per i valori etici buttati pressoché tutti alle ortiche, poco o niente. Né l’impegno delle Istituzioni per mantenere vivo ed attuale il solare pensiero del “vieux loup d’ Abruzzes” (“vecchio lupo d’Abruzzo”, Le Monde, 24/8/’78), sembra andare molto al di là delle buone intenzioni, nonostante le tante attese finora riposte sul Premio Regionale, il Centro Studi Siloniano a Pescina e l’ annunciato Museo dedicati alla figura ed all’opera dello scrittore abruzzese.

Molte, troppe le cose non andate nel verso giusto: il “caso Silone” ancor oggi ingombrante

dentro la sinistra più chic, e per nulla digerito nella cittadella letteraria dell’Accademia della Crusca, pesa come un macigno. E fanno comodo – nella rimozione individuale e collettiva perseguita dai responsabili (chierici ed intellettuali di regime, in particolare) del ridimensionamento a tutti i costi dell’attualissimo pensiero siloniano –  i dubbi ed i sospetti: si rifletta sui perché del recente scoop della presunta collaborazione di Silone con la Polizia Fascista in quei drammatici anni Trenta costellati di inenarrabili lutti, cocenti delusioni e sollecitazioni suicide.

La morte del fratello Romolo per le percosse subite nelle carceri fasciste, l’espulsione dal Partito con la scomunica togliattiana “Pasquini (alias Silone) non è fatto per la milizia comunista, la quale vuole dei combattenti, e non degli intellettualoidi, gesuitici e rammolliti”, la prima edizione di Fontamara (pubblicata in Svizzera in lingua tedesca), l’esilio e la malattia s’ intrecciano con le stesse cadenze di una tragedia greca.

Solo che gli imperscrutabili disegni del Fato contro cui nulla possono gli umani, erano, nel caso specifico, le precise direttive staliniane contro i nemici (e che nemico si sarebbe dimostrato Silone !) della dittatura comunista.

Ma tant’è. E se la Storia ha già fatto giustizia sommaria delle nefandezze compiute dai regimi totalitari crollati uno dietro l’altro come tanti castelli di sabbia ( regimi avversati con più di mezzo secolo di anticipo dalla lucida penna-fucile dello scrittore abruzzese, il quale inizierà Uscita di sicurezza, 1965, con la citazione tratta dal Paradiso di Dante :”Non vi si pensa, quanto sangue costa”), non altrettanto può dirsi della cronaca di ieri, e tanto meno di quella di oggi. Cronaca distratta, disattenta nei confronti del “Cristiano senza chiesa e del socialista senza partito” il quale non avrebbe mai immaginato di ritrovarsi in questi calanti Anni Novanta, e dopo tante scomuniche vissute sulla propria pelle, alla sinistra di quella chiesa romana così poco celestiniana e di quel partito comunista così poco rivoluzionario ed all’avanguardia di questa demenziale letteratura di sgrammaticati pseudo scrittori ‘cannibali’, ‘cyber’ o ‘splatter’ che dir si voglia.

Perciò occorre accostarsi nuovamente con umiltà, molta umiltà, alle pagine siloniane imbevute dalla prima all’ultima riga di soli valori (”Sopra un insieme di teorie si può costruire una scuola e una propaganda; ma sopra un insieme di valori si può fondare una cultura, una civiltà, un nuovo tipo di convivenza tra gli uomini”, ultima frase di Uscita di sicurezza), ed in cui la sacralità della parola ci è stata restituita in tutta la sua aura esistenziale, Come ha magistralmente rilevato a suo tempo Luce D’Eramo: “Silone ha la parsimonia nell’amministrare le parole, di chi ha visto gli uomini profonderle in imprese catastrofiche e perciò le usa con circospezione, quasi le raccattasse ad una ad una e le strofinasse con la manica prima di deporle sullacarta.

E’ questa novità stilistica che gli ha dato tanto mordente nel mondo. Ma per i critici italiani Silone era “troppo elementare”.

Per queste ragioni ci permettiamo di dare un piccolo consiglio a chi con troppa disinvoltura ama parlarsi addosso nel nome di Ignazio Silone, o trova un sadico piacere nello sciacquarsi la bocca abusando oltre il lecito di quelle stesse parole: il 22 agosto – anniversario della sua morte· – è vicino; ci si ritrovi qui o là, ed “agli amici che desiderano riunirsi per ricordarmi, consiglio che sia letto (non al microfono) qualche brano dei miei libri”, (dal testamento).