Ignazio spia? La smentita arriva dalle carte d’archivio

Il Messaggero Abruzzo 23 dicembre 2018

di Antonio Gasbarrini

Tra le XXI edizioni del Premio Internazionale Ignazio Silone che chiude i battenti oggi dopo una settimana d’incalzanti incontri interdisciplinari (politica, letteratura, musica, teatro…), quella attuale può considerarsi tra le più centrate.

Non solo per aver dato voce alla scrittura del nostro illustre conterraneo con la lettura di alcuni suoi quasi sconosciuti testi (“Inno alla Libertà” del 1942 e “Lettera ai giovani” del 1965, in particolare), nonché con la pubblicazione dei suoi “Tre racconti sull’emigrazione” curata da Liliana Biondi con alcuni passi interpretati dal noto attore Giancarlo Giannini. Ma, per aver fatto luce (e che luce!) sulla spinosa questione del Silone spia a tempo pieno della Polizia politica prima, della famigerata OVRA fascista, dell’Oss  e, al servizio della stessa Cia, poi. Fantasmatica spia costruita a tavolino da vent’anni in qua ed a suon di scoop su scoop dagli storici revisionisti defeliciani Dario Biocca e Mauro Canali. È stata la tavola rotonda “Ignazio Silone. Inno alla Libertà” a restituire, con le inoppugnabili prove documentali d’archivio italiane, americane e russe gravitanti attorno ad alcuni interventi dei relatori partecipanti (Aldo Forbice, Angelo G. Sabatini, Alberto Vacca, Giulio Napoleone e Antonio Gasbarrini), a restituire al Nostro tutto l’onore rubatogli dai due storici. E, mentre i navigati esperti siloniani, quali sono Forbice e Sabatini, ne hanno delineato la sua possente figura di “pensatore” europeo, oltre che di acclamato scrittore e saggista dalla notorietà internazionale, è toccato ai tre altri intervenuti dare il definitivo colpo di grazia alle aberranti tesi delatorie di Biocca e Canali. Alberto Vacca, autore del recente libro “Le false accuse contro Silone”, ha proiettato e commentato alcuni dei documenti che smascherano una volta per tutte, le superficiali attribuzioni – al giovane rivoluzionario Secondino Tranquilli (alias Silone) militante negli anni Venti nelle fila del Partito Comunista – di una trentina di relazioni fiduciarie, da lui quasi tutte ricondotte alla mano ed alla perversa mente dell’autentica spia: Alfredo Quaglino. Giulio Napoleone, anch’egli studioso siloniano, autore de “Il segreto di Fontamara”, ha anticipato alcuni aspetti della sua ricerca condotta prevalentemente negli archivi moscoviti dell’Internazionale Comunista. Da cui emerge una delle verità fondamentali di questo ennesimo, menzognero “Caso Silone”: il suo doppiogiochismo, cioè, svolto in favore dell’agognata rivoluzione e contro la dittatura fascista, con il nome di copertura di Silvestri. Per quanto mi riguarda, invece, la mia attenzione è stata posta sulla documentazione, consultabile al Centro Studi siloniano di Pescina, relativa alla collaborazione del già affermato scrittore con i servizi segreti americani (Oss, 1942-1944), mentre era in esilio in Svizzera. Anche su questa stravolta questione, dalle “carte”(americane)  – come ossessivamente ed all’unisono hanno ripetuto i due storici per dare una credibilità scientifica alle loro sciatte ricerche che hanno dato vita alla fantomatica spy story siloniana – è il Silone socialista e, perché no?, statista, a far risaltare con le sue acute analisi sulla situazione socio-politica in corso nell’Italia in guerra, comunicate di volta in volta agli interlocutori, la sua palingenetica visione repubblicana e democratica dopo la prevista caduta del regime fascista. Sia perciò benvenuto il saldo ponte ideale costruito a “Fontamara” tra il passato, il presente ed il futuro con i premi siloniani appena conferiti alle giovani generazioni che si sono misurate, da pari a pari, con l’alto Magistero del Silone conosciuto in tutto il mondo: la lettera a loro indirizzata a suo tempo, qui riproposta, ne sia un costante punto di riferimento.

Ai giovani

di Ignazio Silone

Sotto ogni regime di dittatura, la classe intellettuale, nel suo insieme, finisce sempre con l’essere asservita al potere politico, alla medesima stregua del resto della popolazione. Anzi, per l’importanza della loro funzione pubblica, gli intellettuali vengono di preferenza controllati e aggiogati più strettamente di qualsiasi altro ceto.

Sarebbe pertanto falso, e sommamente diseducativo, lasciare credere ai giovani di oggi che, in Italia, durante il ventennio fascista, questo non sia avvenuto. Tanto più che la spiacevole verità viene facilmente ristabilita da coloro, i quali, sia pure per fini settari, rovistando tra le carte del passato, si applicano a ristabilire la realtà dei fatti, ricordando le debolezze, le piaggerie, o le abiezioni della maggioranza dei giornalisti, degli scrittori, dei poeti, degli artisti, degli scienziati e dei docenti, durante quell’epoca, infausta.

Basta d’altronde un solo dato per avere la misura della generale sottomissione: nel 1931, su mille e duecento professori di università, solo tredici rifiutarono di prestare il famigerato giuramento formulato dal filosofo Giovanni Gentile, col quale ogni docente s’impegnava sul suo onore a formare cittadini «devoti alla patria e al regime fascista ». Fu quello un episodio rivelatore da non dimenticare, e sarebbe forse opportuno che i nomi dell’esiguo manipolo di renitenti venissero scolpiti nell’aula magna di ogni nostro ateneo. Essi si chiamavano: Giorgio Levi Della Vida, Piero Martinetti, Ernesto Buonaiuti, Mario Carrara, Gaetano De Sanctis, Antonio De Viti De Marco, Giorgio Errera, Bartolo Nigrisoli, Francesco Ruffini, Edoardo Ruffini, Lionello Venturi, Vito Volterra e Antonio Giulio Borgese.

Che proporzione desolante. Tredici su mille e duecento: appena l’uno per cento dei professori. È assolutamente importante, anche per l’avvenire, avere il coraggio di ammettere questa penosa esperienza. In essa si rispecchia appunto il triste destino della maggioranza degli intellettuali sotto ogni dittatura, ed è una delle molte ragioni per cui bisogna educare i giovani a detestare e combattere ogni potere tirannico, qualunque sia il suo colore, la sua ideologia, la sua base sociale. Sì, vi furono nobili eccezioni che nelle scorse settimane, da varie parti, sono state degnamente ricordate. Non ho nulla da aggiungere sulle qualità psicologiche e morali di quei cittadini esemplari, ma vorrei ricordare la premessa oggettiva del loro comportamento: essi agirono partendo da una situazione di aperta rottura col potere tirannico. In altre parole, essi non si fecero illusioni, non si contentarono del jus murmurandi, del meschino ventriloquio da caffè, o dell’arte del doppio giuoco, che tra le belle arti è quella verso cui gli italiani sono più facilmente portati. No, i Salvemini, i Gobetti, gli Amendola, i don Sturzo, i Gramsci, i Berneri, e gli altri, illustri o ignoti che fossero, scelsero di mettersi in una situazione di sbaraglio, in Italia o in esilio, e ne accettarono tutte le conseguenze. Fu la medesima situazione di sbaraglio, prima nella clandestinità e poi nell’esilio, che salvò anche un certo numero di noi, e ci aiutò a comportarci con decenza, malgrado che la natura non ci avesse certo dotati di virtù eroiche. Effettivamente, all’infuori della rottura, non vi era altra salvezza. E non vi sarà sotto qualsiasi altra tirannia.

Da “La Fiera Letteraria”- 16 maggio 1965