La corrispondenza solare tra Ignazio e il suo mecenate

Il Messaggero Abruzzo (1 luglio 2018)

di Antonio Gasbarrini

Va detto subito. Con la recentissima pubblicazione di “Ignazio Silone e Marcel Fleischmann. Amicizia e Libertà”, l’accorta studiosa siloniana Maria Nicolai Paynter è riuscita a far piena luce su un sodalizio umano fuori del comune.

Instaurato tra il mecenate Marcel Fleischmann e Secondino Tranquilli (alias Ignazio Silone) in uno dei periodi più drammatici del rivoluzionario abruzzese. Clandestino in terra Svizzera, senza più arte né parte dopo l’espulsione dal Partito Comunista nel 1931, con il fratello minore Romolo rinchiuso nelle carceri fasciste dove morirà l’anno successivo e sull’orlo del suicidio come scriverà alla compagna Gabriella Seidenfeld da uno dei sanatori in cui veniva spesso ricoverato, la fortuna del nascente scrittore maturerà tra le amicali pareti della zurighese Kleine Pension. Qui il ricco commerciante in granaglie Marcel Fleischmann accoglieva a braccia aperte rifugiati su rifugiati. È questo passo tratto dalla prima lettera datata 12 gennaio ’34, a sintetizzare al meglio la nascente amicizia tra i due: “Sarà presto un anno che vivo a casa sua: l’aiuto materiale che questo rappresenta per me (e indirettamente per Serena) è grande, ma piccolissimo in paragone all’aiuto spirituale; anche se questo si manifesta lungo i sentieri invisibili che portano all’anima”. Dalla Kleine Pension si assentava anche per tempi prolungati a causa dei continui ricoveri sanatoriali, il che spiega come mai i due si scrivessero in quel periodo, pur condividendo la stessa abitazione. Nella sua incalzante Introduzione la Nicolai, per sottolineare al meglio il fil rouge di un singolare rapporto esistenziale da lei incorniciato nelle parole- chiave di “Amicizia e Libertà”, nonché di quale tempra morale fosse il Silone di quella straordinaria stagione creativa, pubblica anche una eccezionale quanto inedita “prova

documentale” reperita nel fornito archivio del Centro Studi siloniano a Pescina. Si tratta di uno scritto autografo in francese dello scrittore abruzzese (tradotto dalla stessa) steso il giorno successivo al suo arresto (14 dicembre 1942), per aver svolto la preclusa attività politica in terra elvetica. Questo straordinario “monologo interiore” – come lo definisce appropriatamente la studiosa – è oggettivamente un autentico “Inno alla Libertà” cantabile, con il cuore in mano, in ogni tempo e in ogni luogo ove la repressione poliziesca di questo o quel regime tirannico-dittatoriale, viene ad accanirsi contro ogni singolo resistente-resiliente. Già l’”incipit”, squisitamente letterario, evoca da solo, con la perdita della libertà personale, l’incolmabile, nostalgica cesura tra il prima ed il poi-non-più-vissuto dietro le sordide sbarre di una prigione: “Ieri, verso sera, andavi lungo il lago. La foschia fondeva l’acqua e il cielo in un vasto grigio senza orizzonte; ammorbidiva il rumore volgare dei cartelloni elettrici e avvolgeva le fragili nudità invernali dei pioppi. Andavi lungo il lago, e il lago, visto attraverso la foschia, era senza orizzonte. Oggi sei in prigione. Il vasto cielo di ieri si estende oltre le sbarre delle finestre polverose. Solo il rumore delle chiavi del carceriere che si ferma a guardare dallo spioncino interrompe il silenzio. Quattro muri di pietra escludono il mondo. Tu sei in prigione. La ragione è molto semplice. Tu sei la personificazione di qualcosa di più formidabile che mille divisioni di Panzer: la libertà dello spirito”.

Questa non-imprigionabile Libertà, non riguarda solamente una scelta esistenziale fatta per sé, ma per gli altri: “La mera conquista della tua libertà non ha soddisfatto la tua sete; volevi lo stesso anche per gli altri. (…). In una società in cui la libertà è degenerata a uno slogan di propaganda e la verità passa per eccentricità, in cui dignità e carità rischiano di essere denunciate come tradimento; in una società che dipende dalla brutalizzazione dei suoi schiavi, tu sei un’apparizione (…) venuta da un altro mondo, un mondo pericolosamente bello, un mondo pericolosamente possibile”. Ecco: proprio l’avvento di un auspicabile (utopico?) mondo siloniano pericolosamente bello e possibile riguarda ancora ognuno di noi nell’attuale contesto nazionale e internazionale in corso di ri/fascistizzazione.

Uno straordinario inedito siloniano: Inno alla Libertà (dalle carceri di Zurigo) *

di Ignazio Silone*

Ieri, verso sera, andavi lungo il lago. La foschia fondeva l’acqua e il cielo in un vasto grigio senza orizzonte; ammorbidiva il rumore volgare dei cartelloni elettrici e avvolgeva le fragili nudità invernali dei pioppi. Andavi lungo il lago, e il lago, visto attraverso la foschia, era senza orizzonte. Oggi sei in prigione. Il vasto cielo di ieri si estende oltre le sbarre delle finestre polverose. Solo il rumore delle chiavi del carceriere che si ferma a guardare dallo spioncino interrompe il silenzio. Quattro muri di pietra escludono il mondo. Tu sei in prigione. La ragione è molto semplice. Tu sei la personificazione di qualcosa di più formidabile che mille divisioni di Panzer: la libertà dello spirito. Tu hai rifiutato di bruciare l’incenso all’altare degli idoli ufficiali, hai rifiutato di vedere dormire il tuo cervello cantando le litanie della liturgia giornalistica. Hai rifiutato di ubbidire al comandamento: tu odierai il tuo prossimo. Hai rifiutato di accettare che la libertà politica sia imprigionata da una manciata di luoghi comuni; che la libertà personale sia imprigionata dalla licenza di un egotismo individuale. E la mera conquista della tua libertà non ha soddisfatto la tua sete; volevi lo stesso anche per gli altri. Sei diventato evidenza che la dignità umana può sopravvivere anche alla presente mania suicida, che il valore della persona umana è al di sopra di tutte le teorie, tutti i fanatismi, tutte le politiche. In una società in cui la libertà è degenerata a uno slogan di propaganda e la verità passa per eccentricità, in cui dignità e carità rischiano di essere denunciate come tradimento; in una società che dipende dalla brutalizzazione dei suoi schiavi, tu sei un’apparizione – nostalgica per alcuni, scandalosa per altri – venuta da un altro mondo, un mondo pericolosamente bello, un mondo pericolosamente possibile. Le cose che hai detto non sono nuove, molte contano almeno duemila  anni, ma la verità è sempre sensazionale; anche a distanza di duemila anni continua a stupire e spaventare e, continua a scandalizzare. Non è poi tanto sorprendente che tu sia in prigione. Ma quattro muri di pietra non sono sufficienti a soffocare la verità. Anche il tuo silenzio ci parla. Il tuo silenzio ci proclama che la libertà impone tanti doveri quanti diritti conferisce. Proclama che la scelta della libertà spirituale implica l’accettazione della persecuzione come estrema e logica conseguenza. Proclama che la libertà spirituale non solo non diminuisce ma si rafforza quando la libertà materiale è sacrificata per difenderla. Proclama che la libertà non è altro che il supremo bene dell’uomo. L’imprigionamento non ti ha isolato. La porta è stata chiusa a chiave per i conoscenti sgraditi; ti ha unito a tutti quelli che nel passata sono stati perseguitati per amore della verità e a tutti quelli che ora, ascoltando l’eco del tuo silenzio, capiscono che è per mostrargli la strada della verità e della dignità che tu rinunci al vasto cielo e accetti le umiliazioni che i carcerieri t’infliggono. Le umiliazioni sono testimonianza della loro impotenza a toccarti. Non hanno la chiave della porta che separa il tuo spirito dal loro. Ignorano che l’orgoglio della propria dignità spirituale può raggiungere un grado d’intensità laddove esige il sacrificio di dignità esteriori e superficiali. Quelli che parlano come se l’imprigionamento ti avesse privato di un tesoro, come se il tuo spirito fosse alla mercede della materia circostante, onorano troppo quelli che hanno chiuso la porta della tua cella. Ti possono impedire di camminare per la strada, ma la libertà del tuo spirito non è da loro raggiungibile. Tu non puoi vedere il cielo e il lago fusi nella foschia, ma l’universo del tuo spirito è senza orizzonte. Per un essere libero, essere in prigione non esiste. Non sei tu, siamo noi che dobbiamo saperlo. L’eroismo ha un’esistenza indipendente dalla qualità – sorprendente e distante solo quando è il gesto supremo di un cuore debole. Per quelli abituati ad agire secondo i loro valori, non si tratta di un gesto o una serie di gesti; non è sforzo, né sacrificio; è semplicemente il climax naturale della loro anima. Liberarsi da ogni costrizione eccetto l’amore della verità significa esorcizzare la paura. Ci sono quelli che hanno bisogno di saperlo. Tu sei in prigione. È il verdetto finale sulla penosa e meschina bestialità di quelli che ti perseguitano. Imprigionandoti creano una leggenda eroica da qualcosa che per te è del tutto naturale. Si sbagliano se pensano che ti possano dominare, umiliare, possedere. Sono loro a essere dominati, umiliati, posseduti da un processo storico, ineluttabile, di cui sono strumenti inconsapevoli; vale a dire che la verità, in tutti i tempi,è dovuta essere perseguitata per trionfare. La strada della persecuzione è la strada della realizzazione. “Vicisti Galilaeus”[sic] – le ultime parole dei persecutori prima di sparire nelle tenebre.

* Titolo redazionale. Testo tratto dal libro “Ignazio Silone e Marcel Fleischmann. Amicizia e Libertà”(a cura di di Maria Nicolai Paynter), Casa Editrice Carabba, Lanciano 2018.

[Il Messaggero Abruzzo, 1/7/201]8