Ignazio Silone, nato il Primo maggio

Il Messaggero Abruzzo (1 maggio 2018)

di Antonio Gasbarrini

Come onorare al meglio il 118 compleanno virtuale di Secondino Tranquilli alias Ignazio Silone nato a Pescina dei Marsi il I maggio del 1900? Tra i tanti, ramificati ed intricati sentieri del suo vissuto come rivoluzionario comunista prima (anni Venti), antifascista e socialista in esilio in Svizzera (1929-1944) e scrittore a tempo pieno dopo il clamoroso successo di Fontamara (1933)? Abbiamo scelto quello meno accidentato, ma non per questo non altrettanto valido dal punto di vista storiografico. La pubblicazione di una lettera anonima mentre era spiato dall’allora PCI (siamo agli inizi degli anni Cinquanta) e di un suo testo indirizzato ai giovani (pubblicata su “La Fiera Letteraria” alla metà degli anni Sessanta).

Il primo documento (inedito) dimostra come Silone fosse stato sempre spiato. Dal Regime durante la sua lunga permanenza elvetica, fino a rischiare di “essere fatto fuori” come ha a suo tempo reso noto lo storico Mimmo Franzinelli a proposito di una relazione fiduciaria del delatore Aldo Sampieri: “[…] mi sembra perciò che si dovrebbe mettere in atto un sistema per eliminare il male, man mano che l’ammalato si avvicini al chirurgo e che sarebbe ora di completargli la cura. È un mio punto di vista”.

Successivamente da quello stesso partito – come si evince dalla missiva qui proposta –  che lo aveva espulso nel 1931, nonostante avesse donato il meglio della sua gioventù trascorsa in clandestinità, subendo anche una serie di arresti (Italia, Francia, Spagna), con alcuni episodi esemplari riannodati poi sul filo della memoria letteraria nella salvifica’”Uscita di sicurezza” (1949).

Di ben altro spessore politico, etico e culturale, rispetto alla pedissequa, burocratica delazione comunista, è lo scritto “Ai giovani”, ove lo smagliante Silone (persistenti acciacchi a parte) che nello stesso periodo stava incubando i germi “anti-potere” di Celestino e de “L’avventura di un povero cristiano”, dà il meglio di sé in fatto di socratico “pedagogo antifascista”. Dopo aver esordito con “Sotto ogni regime di dittatura, la classe intellettuale, nel suo insieme, finisce sempre con l’essere asservita al potere politico”, sottolinea come “nel 1931, su mille e duecento professori di università, solo tredici rifiutarono di prestare il famigerato giuramento formulato dal filosofo Giovanni Gentile […]. Sarebbe forse opportuno che i nomi dell’esiguo manipolo di renitenti venissero scolpiti nell’aula magna di ogni nostro ateneo”. Inoltre,“bisogna educare i giovani a detestare e combattere ogni potere tirannico, qualunque sia il suo colore, la sua ideologia, la sua base sociale”, prendendo ad esempio “i Salvemini, i Gobetti, gli Amendola, i don Sturzo, i Gramsci, i Berneri, e gli altri, illustri o ignoti che fossero, [i quali] scelsero di mettersi in una situazione di sbaraglio, in Italia o in esilio, e ne accettarono tutte le conseguenze. Fu la medesima situazione di sbaraglio, prima nella clandestinità e poi nell’esilio, che salvò anche un certo numero di noi”. Esorta, infine, i giovani destinatari della sua concisa lectio magistralis ad emulare la scelta di quei non-eroi (se compreso) in quanto“all’infuori della rottura, non vi era altra salvezza. E non vi sarà sotto qualsiasi altra tirannia”.

Rimarcare la sotterranea empatia tra questa splendida pagina e ciò che sarebbe avvenuto di lì a tre anni con le rivolte europee battezzate dal sessantottino Maggio francese, non ci sembra una forzatura. A condizione di poter continuare a coniugare anche ai nostri giorni la parola “Lotta” così cara ai tanti, indimenticabili personaggi siloniani, alla riconquistata compagna della “Libertà”: costi quel che costi.

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Ai giovani

di Ignazio Silone

Sotto ogni regime di dittatura, la classe intellettuale, nel suo insieme, finisce sempre con l’essere asservita al potere politico, alla medesima stregua del resto della popolazione. Anzi, per l’importanza della loro funzione pubblica, gli intellettuali vengono di preferenza controllati e aggiogati più strettamente di qualsiasi altro ceto.

Sarebbe pertanto falso, e sommamente diseducativo, lasciare credere ai giovani di oggi che, in Italia, durante il ventennio fascista, questo non sia avvenuto. Tanto più che la spiacevole verità viene facilmente ristabilita da coloro, i quali, sia pure per fini settari, rovistando tra le carte del passato, si applicano a ristabilire la realtà dei fatti, ricordando le debolezze, le piaggerie, o le abiezioni della maggioranza dei giornalisti, degli scrittori, dei poeti, degli artisti, degli scienziati e dei docenti, durante quell’epoca, infausta.

Basta d’altronde un solo dato per avere la misura della generale sottomissione: nel 1931, su mille e duecento professori di università, solo tredici rifiutarono di prestare il famigerato giuramento formulato dal filosofo Giovanni Gentile, col quale ogni docente s’impegnava sul suo onore a formare cittadini «devoti alla patria e al regime fascista». Fu quello un episodio rivelatore da non dimenticare, e sarebbe forse opportuno che i nomi dell’esiguo manipolo di renitenti venissero scolpiti nell’aula magna di ogni nostro ateneo. Essi si chiamavano: Giorgio Levi Della Vida, Piero Martinetti, Ernesto Buonaiuti, Mario Carrara, Gaetano De Sanctis, Antonio De Viti De Marco, Giorgio Errera, Bartolo Nigrisoli, Francesco Ruffini, Edoardo Ruffini, Lionello Venturi, Vito Volterra e Antonio Giulio Borgese.

Che proporzione desolante. Tredici su mille e duecento: appena l’uno per cento dei professori. È assolutamente importante, anche per l’avvenire, avere il coraggio di ammettere questa penosa esperienza. In essa si rispecchia appunto il triste destino della maggioranza degli intellettuali sotto ogni dittatura, ed è una delle molte ragioni per cui bisogna educare i giovani a detestare e combattere ogni potere tirannico, qualunque sia il suo colore, la sua ideologia, la sua base sociale. Sì, vi furono nobili eccezioni che nelle scorse settimane, da varie parti, sono state degnamente ricordate. Non ho nulla da aggiungere sulle qualità psicologiche e morali di quei cittadini esemplari, ma vorrei ricordare la premessa oggettiva del loro comportamento: essi agirono partendo da una situazione di aperta rottura col potere tirannico. In altre parole, essi non si fecero illusioni, non si contentarono del jus murmurandi, del meschino ventriloquio da caffè, o dell’arte del doppio giuoco, che tra le belle arti è quella verso cui gli italiani sono più facilmente portati. No, i Salvemini, i Gobetti, gli Amendola, i don Sturzo, i Gramsci, i Berneri, e gli altri, illustri o ignoti che fossero, scelsero di mettersi in una situazione di sbaraglio, in Italia o in esilio, e ne accettarono tutte le conseguenze. Fu la medesima situazione di sbaraglio, prima nella clandestinità e poi nell’esilio, che salvò anche un certo numero di noi, e ci aiutò a comportarci con decenza, malgrado che la natura non ci avesse certo dotati di virtù eroiche. Effettivamente, all’infuori della rottura, non vi era altra salvezza. E non vi sarà sotto qualsiasi altra tirannia.

(Da “La Fiera Letteraria”- 16 maggio 1965. Il testo è stato riproposto ne Il Messaggero Abruzzo del 1 maggio 2018).

Quando Silone era spiato dal PCI (inizi anni ‘50)

Frequenti sono sempre i contatti tra l’On. Ignazio Silone e i due deviazionisti Onn. CUCCHI MAGNANI: Questi attendono il Congresso del loro Movimento per fare il loro reingresso nella vita politica. L’On.. Silone sta elaborando insieme ai due deputati ex comunisti lo statuto “Movimento dei Lavoratori italiani” che sarà presentato a tutti i partecipanti del Congresso. Per questi suoi contatti continui l’On. Silone è stato diffidato dalla segreteria del P. S. (S.I.I.S.), ma egli si è difeso asserendo che si tratta unicamente di incontri di carattere personale in cui egli svolge il ruolo di consigliere. Da altre fonti molto attendibili ci risulta invece che Silone – scontento della posizione del P.S.U. e i saragattiani, resta ancora nel P.S. (S.I.I.S) unicamente per influenzare altri elementi della sinistra e convincerli ad entrare in un movimento indipendente. Nel caso di una affermazione del Movimento tra gli operai egli sarebbe deciso ad entrarvi.

(Dalla trascrizione di un documento inedito, apocrifo e senza data, Archivio Fondazione Gramsci, Roma).