Troppo folclore non aiuta a capire Silone

Il Messaggero Abruzzo (13 aprile 1988)

di Antonio Gasbarrini

Ci si aspettava francamente qualcosa di più dal documentario-sceneggiato su Ignazio Silone, appena messo in onda su Rai 3 nelle quattro puntate dedicate ai momenti salienti della vita ed agli aspetti più significativi dell’opera silioniana. Vita ed opere dalle mille sfaccettature, di difficile sintesi ed omologazione, inadatte ,quasi, alle esigenze della comunicazione televisiva, diretta prevalentemente ad attirare l’attenzione “media” di un ideale “spettatore medio”.

L’irrisolto “caso Silone”, politico e letterario, più che mai aperto, non è stato di conseguenza messo in luce, né tanto meno puntualizzato nelle didascaliche esemplificazioni biografiche o artistiche proposte nelle singole puntate (“Quelle antiche radici”, “Il coraggio di dire no”, “Gli inganni della storia”, “Il dovere di testimoniare”). Le immagini ed i testi del documentario, hanno così indugiato oltre il lecito – a parte il felice inserimento “a singhiozzo” dell’intervista concessa da Silone negli anni settanta alla televisione tedesca – in una versione oleografica del paesaggio dell’anima, Fontamara, sul cui drammatico sfondo umano e sociale era nato il germe cristiano-marxista dell’intellettuale ed aveva poderosamente preso corpo il substrato poetico e creativo dello scrittore abruzzese. Una sdolcinata elegia affidata a zoomate su zoccoli di cavalli e mucche, sgambettate di galline, selva di coppole appena tolte dalla naftalina, gote rubizze di cafoni “improvvisati”, ha finito col nuocere alla secchezza scenografica di un Fontamara brulicante di ben altra coralità.

Il pittoresco ed il folclore, insomma, hanno a tratti avuto la meglio sulla scomoda verità affidata a pagine scritte con autentico spirito ed i cui esiti espressivi sono stati apprezzati, sin dagli esordi degli anni ’30, in tutto il mondo.

Il limite della trasmissione, onesta ma inadeguata, è dovuto in primo luogo al fatto di non aver osato una lettura critica trasversale della complessa opera siloniana, pigramente inquadrata dai curatori all’interno di un realismo datato, non molto dissimile nello stile e nelle tematiche affrontate da libri come “I Malavoglia” del Verga, “Cristo si è fermato ad Eboli” di Levi, “Gente di Aspromonte” di Alvaro, “Terre del Sacramento “di Jovine. Un vezzo, questo, familiare alla critica italiana, ma non a quella straniera (rimandiamo ai vari Altwegg, David, Foot, Hanl, Kornfeeld, Megroz, Millar, Mitgang, Megroz, Nadeau, Nobécourt, Paucker, Riesterer, Sperber, Walzer, Wert, Wieses…).

Né ha fatto eccezione, in questa visione riduttiva dell’opera siloniana, Renato Minore, che nel curare i testi del documentario ha precisato di scorgere in Silone “lo scrittore più etnologico della nostra storia recente: nel senso che la sua narrativa è ancorata ai valori antropologici della contrada abruzzese”. Questa premessa, a nostro modo di vedere, ha condizionato l’intero lavoro del regista Vinicio Zaganelli (risultato quanto mai fabulatorio nelle presepiali “scenette fontamaresi”, del tutto perdenti nel confronto con l’epica versione cinematografica di Carlo Lizzani). La contrada di Silone, squisitamente letteraria dalla prima all’ultima riga dei suoi scritti, così come avviene per l’analoga contrada filosofica di Heidegger, è ecumenica, dentro la storia, ma lontana mille miglia dalla cronaca. Essa coincide con il calvario degli oppressi, degli sfruttati o degli eretici colpiti da anatema, ieri come oggi, in ogni angolo della terra.

La validità artistica della scrittura siloniana e il magistero del suo pensiero (troppo in anticipo sui tempi), non hanno mai potuto prescindere da un irremovibile impegno etico. Quest’ultimo, e lo ha ribadito Silone in un’ultima intervista “… non ha nulla a che vedere con l’engagement di un Sartre (stupido e tirannico). L’unico impegno rispettabile è quello che risponde ad una vocazione personale dello scrittore e dell’artista. Chi si sente al fianco degli umili o degli afflitti, deve testimoniare questa sua adesione nel modo più indipendente possibile, deve semplicemente dire la verità”.

[Il Messaggero Abruzzo, 13/04/1988]