Si presenta “Severina”, il Silone postumo

Il Messaggero Abruzzo (30 ottobre 1981)

La speranza di Suor Severina, appena abbozzato com’era negli appunti lasciati incompiuti sullo scarno tavolino della clinica di Ginevra, è adesso “un’ipotesi di romanzo”. Molto di più comunque del “romanzetto” su cui causticamente ironizzava lo scrittore abruzzese con la moglie Darina.

Vera e propria vestale di Severina (titolo sintetico dato agli scritti “La speranza di Suor Severina”, l’inedito “Et in hora mortia nostrae”, al “Testamento” ed al racconto “Ai piedi di un mandorlo”, oltre alla “Storia di un manoscritto” e “Le ultime ore di Ignazio Silone”e della stessa curatrice), Darina si è assunta tutta la responsabilità morale della pubblicazione, con interventi fatti in prima persona, sostituzioni di parole, interpolazione di brani tratti da altri testi siloniani. Stilisticamente le cento pagine messe su in modo così insolito, non potevano non fare una grinza. Dal punto di vista del contenuto, poi, è evidente la sproporzione tra il dramma di chi cerca una verità non confezionata dal potere istituzionale (nel caso specifico Polizia – Chiesa) e le stazioni rivelatrici di un percorso alternativo.

Infatti migliaia di persone perdono “una fede” pur non indossando gli abiti religiosi o non riescono a trovare lavoro come Severina; in diversi, poi, sono morti in questa o quella manifestazione di piazza. Nonostante questi scontati limiti, il “lungo racconto” vibra in più circostanze. Così il guardingo comportamento di don Gabriele e le frasi smozzicate messe in bocca agli occasionali giovani compagni di strada di Severina (Elena, Lamberto e Remo), trovano la confluenza lirica nella concitata espressione corale di: “Severina colpita!”. Il grido fu ripetuto da centinaia di manifestanti. “Severina colpita!”. Altre grida. “Ma chi è Severina?”. “Una giovane colpita!”. “Una giovane uccisa!”. “Chi è, chi è”. “Uccisa, uccisa, uccisa!”.

Severina non è un’eroina nonostante si sia rifiutata a suo tempo di avallare la versione ufficiale sul giovane malmenato dalla polizia, abbia reciso ogni legame con una vocazione venuta meno, sia tornata in paese, abbia tentato di reinserirsi senza successo nella vita laica di tutti i giorni. Anche la sua morte è dimessa: il proiettile vagante la incontra casualmente mentre manifesta con i disoccupati vicino la statua di Sallustio (agli aquilani torna subito in mente lo stesso luogo, l’incendio dei negozi sottostanti, le finestre della Federazione comunista assaltata e devastata come le altre sedi dei partiti democratici durante i moti del 1971 per la questione del capoluogo).

La piccola possibilità di riscattare una fine volutamente demarterizzata è affidata dallo scrittore non tanto alla bellezza delle parole, quanto alla congruità dei fatti: donando reni ed occhi Severina trasmette l’energia fisica ad un altro essere e con questa speranza si compie il rito di una transustanziazione che è scintilla eterna di un rinnovato fuoco prometeico.

Atto quest’ultimo non già di generica solidarietà umana, ma di consapevole e civile impegno dell’irriducibile combattente Ignazio Silone, fino all’ultima riga testimone scomodo di un cristianesimo ufficiale che “è diventato un’ideologia; solo facendo violenza su me stesso, potrei dichiarare di accettarlo; ma sarei in mala fede”, e, di un marxismo degenerato (dalla sciagura staliniana) nel socialismo burocratico e caricaturale.

Di Severina all’autore non interessava catturare lo spirito o l’anima, ma modellare il suo aspetto da adolescente, le sue febbri e i suoi rossori, la sua timidezza con gli umili ed il suo roccioso carattere con i potenti: doppio e sosia scoperto di un viso aperto e franco, uno sguardo ferito e molte volte carico di eventi.

La speranza di Suor Severina diventa pertanto l’essenziale ultimo tassello di un mosaico iniziato cinquant’anni fa con Fontamara: mosaico che è stato sempre arte per l’uomo e non arte per l’arte. Niente di più, ma neanche una sfumatura in meno.

[Il Messaggero Abruzzo, 30/10/1981]